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VideoMakers.net incontra Luca Caserta

posted by VMStaff

Luca Caserta

VM.net: I tuoi lavori sono stati selezionati per il Premio David di Donatello e il Festival di Cannes. Ci parli di questi lavori? Come si ottengono a tuo avviso questi risultati?

L.C.: Penso che sia fondamentale affrontare qualsiasi progetto, per quanto piccolo o grande che sia, con serietà e professionalità. L’obiettivo deve essere quello di ottenere un risultato artisticamente e qualitativamente valido qualunque siano i mezzi a disposizione. Come dicevo, questo lavoro non è semplice e non lo si può intraprendere con leggerezza, la macchina da presa è uno strumento che mette in mano un grande potere comunicativo e ciò comporta delle responsabilità. Non ci si può improvvisare, sono necessari studio e preparazione, oltre alla predisposizione e alla volontà di sostenere sacrifici, difficoltà e grande fatica. Per come la vedo io, è un impegno totalizzante dal quale non ci si può più tirare indietro una volta che lo si è preso.
È estremamente importante poi puntare alla ricerca e allo sviluppo di uno stile personale. Ciò che conta non è tanto raccontare una storia originale, poiché tutto ormai è già stato raccontato, fin da quando nella notte dei tempi un gruppo d’individui si è raccolto attorno a un fuoco e ha iniziato a narrare storie. Come scrive Chris Vogler in Il viaggio dell’eroe (riprendendo L’eroe dai mille volti di Campbell), ci sono alcuni elementi basilari che ricorrono in diverse combinazioni all’interno di ogni racconto passato, presente e futuro. Ciò che conta non è quindi raccontare una storia diversa, ma raccontarla in modo diverso, mettendo in essa la propria sensibilità e il proprio punto di vista.

Un altro fattore fondamentale, secondo me, è saper creare un buon rapporto con i propri collaboratori in modo che si fidino di te e si lascino guidare: realizzare un film, infatti, significa anche trascorrere molte ore insieme gomito a gomito, quindi creare un rapporto di fiducia reciproca è essenziale per condividere un’esperienza tanto intima quanto intensa quale è la lavorazione di un’opera cinematografica.
Per quanto riguarda i miei cortometraggi, entrambi trattano e sviluppano il tema del doppio, ossia di ciò che si nasconde dietro a quello che vediamo attorno a noi o che di noi mostriamo agli altri. Ho scritto Dentro lo specchio a partire da un monologo di un mio spettacolo teatrale (L’appuntamento, andato in scena nel 2009), sviluppandone la trama in modo più cinematografico. Dal profondo riprende le stesse tematiche e le amplia in una chiave più gotica, ponendo ulteriore attenzione su una lettura di tipo psicanalitico, sul tema del rimosso e dei “mostri” che possono nascondersi nella parte più profonda dell’animo umano.
Entrambi i cortometraggi hanno partecipato a Festival nazionali e internazionali. Prendere parte a questo tipo di eventi è importante, perché sono un’ottima vetrina per il proprio lavoro: il Festival di Cannes, come altri Festival dello stesso tipo, è un’enorme crocevia di persone e talenti provenienti da ogni parte del mondo e nel giro di pochi giorni si entra in contatto con buona parte dell’industria cinematografica. Inoltre si ha la possibilità d’incontrare autori di varia nazionalità, guardare i loro cortometraggi, entrare in contatto con le loro culture, percepire il sapore dei loro paesi… si scambiano impressioni, opinioni, la propria visione sul filmmaking con la loro. È un momento intenso e importante di crescita artistica e personale, un vera e propria fucina di idee.

VM.net: Quali sono le tue produzioni recenti?

L.C.: Come dicevo, ho da poco presentato il documentario La fabbrica della tela, la cui première si è svolta a novembre 2014 con il Patrocinio del Comune di Verona, in un grande evento che ha visto protagonista tanto il cinema quanto la pittura: per vari giorni, infatti, il documentario è stato visibile presso il Centro Audiovisivi di Verona contemporaneamente all’esposizione di una serie di dipinti del pittore Simone Butturini, in modo da ricreare quella sinergia che si era formata in fase di ripresa. Lo spettatore ha potuto così osservare di persona l’opera pittorica, il cui processo di realizzazione aveva visto nel film, e viceversa chi aveva ammirato i dipinti di Butturini ha potuto scoprirne la genesi creativa nel mio documentario. La post-produzione di La fabbrica della tela ha richiesto diverso tempo, perché ho dovuto condensare le molte ore di girato che avevo, dando al tutto una linea narrativa compiuta e rispettando quella che era la mia idea originaria circa il progetto.
Ho poi già girato un nuovo cortometraggio, L’altra faccia della luna, la cui post-produzione inizierà in questi giorni. Le riprese si sono svolte l’estate scorsa nel Sentiero Natura Vaio Borago, una location selvaggia e bellissima, un bosco alle porte di Verona, le cui condizioni ambientali e climatiche hanno messo a dura prova me e la mia troupe. Anche questo film, la cui sceneggiatura ho scritto insieme ad Adamo Dagradi, tratta il tema del doppio e costituisce quindi il capitolo conclusivo di una trilogia a esso dedicata.
Ho steso anche la sceneggiatura di altri cortometraggi, che forse girerò prossimamente. Attualmente mi sto però dedicando ad alcuni progetti di lungometraggio, di cui abbiamo pronti i trattamenti: un thriller che riprende parte delle tematiche di Dal profondo, un film fantascientifico basato su varchi dimensionali e un fantasy tratto da un mio precedente lavoro teatrale, la cui realizzazione in Italia credo sia difficoltosa, perché non c’è una grande tradizione produttiva per questo genere. Forse ci rivolgeremo all’estero.

Luca Caserta

Luca Caserta

VM.net: Quali i lavori che ti appassionano di più? Corti, videoclip, Spot, documentari o altro?

L.C.: Cortometraggi e documentari sono due tipologie filmiche che mi piacciono molto e stimolano in egual misura la mia creatività. Ciò che più mi attrae del cortometraggio è che esso permette di testare tecniche narrative e stilistiche su una lunghezza più breve, spaziando tra i generi. Alcuni vedono i corti come opere minori, ma io non sono d’accordo perché li considero a tutti gli effetti dei “film brevi”.
Il linguaggio del documentario è estremamente affascinante, perché dà la possibilità d’indagare la realtà che ci circonda e di scoprire racconti, storie, individui sorprendenti e, talvolta, sconosciuti.
Trovo però che anche le tipologie audiovisive più “commerciali” (videoclip, spot, promo, etc.) siano interessanti, poiché talvolta permettono di sperimentare soluzioni alternative e molto creative. Non le considero prodotti minori e affronto anche queste con lo stesso spirito con cui mi approccio alla realizzazione di un film, adattando però il linguaggio a ciò che si deve raccontare.

VM.net: Finora qual è il progetto che ti ha entusiasmato di più, che ti ha dato maggiori soddisfazioni personali e professionali?

L.C.: Dal profondo mi ha sicuramente regalato molte soddisfazioni, sia per i Festival a cui ha preso parte sia per la distribuzione internazionale con la IndiePix Films, di cui parlavo prima. Nel realizzarlo sono rimasto fedele alla mia idea originaria, facendo anche alcune scelte rischiose dal punto di vista registico. Sono felice che ciò sia stato premiato.
La fabbrica della tela è forse l’opera che finora sento più personale, sia per il fatto di averla realizzata interamente da solo sia per essere riuscito a esprimere completamente quella che era la mia idea, sviluppando la narrazione in una forma particolare. Durante le proiezioni pubbliche mi sono reso conto che ciò è arrivato agli spettatori e questa è una cosa che mi ripaga dei sacrifici e degli sforzi produttivi che questo film ha comportato. Sto ora valutando quale sia il canale distributivo più adatto per quest’opera e sono già in contatto con un paio d’interlocutori che sembrano interessati.
Ho molte aspettative per L’altra faccia della luna, poiché rappresenta il capitolo conclusivo della trilogia del doppio. Le riprese, per le modalità ambientali e climatiche in cui si sono svolte, sono state molto appassionanti, anche se stancanti: una prova fisica e mentale per me, che ho seguito da filmmaker i vari aspetti della ripresa (oltre a regia, montaggio e sceneggiatura, mi sono occupato della fotografia e ho fatto da operatore), per la troupe e per Francesco Laruffa, l’attore protagonista. La location è parte integrante del racconto, non semplice elemento di contorno. Ho già in mente come sarà il film finito, ma fino a quando la post-produzione non si sarà conclusa non potrò avere una visione d’insieme completa. Penso comunque che sarà un’opera intensa e molto personale. Ma preferisco non anticipare troppo.

VM.net: Conoscevi già VideoMakers.net?

L.C.: Sì, mi sono imbattuto qualche volta nel forum quando stavo facendo delle ricerche sul web. Sono stato subito piacevolmente colpito dalla nutrita comunità che si è sviluppata attorno al vostro sito, dal senso di collaborazione e scambio d’idee che si percepisce navigando nelle varie sezioni.

VM.net: Cosa ne pensi delle community su Internet?

L.C.: Questo tipo di community sono un ottimo strumento, perché creano una rete e diventano un prezioso archivio di informazioni, fornite da chi utilizza sul campo attrezzature, hardware e software, incappando negli stessi problemi o bug tecnici sperimentati da altri. Danno risposte pratiche o suggeriscono stimoli per trovarle.
Ciò che apprezzo dell’era digitale che stiamo vivendo è la democratizzazione degli strumenti, che permette a tutti di approcciarsi al linguaggio audiovisivo, anche a chi prima non se lo sarebbe potuto permettere. Con poche migliaia di euro si può acquistare l’attrezzatura di base per girare in modo professionale. Libertà non significa però improvvisazione: non basta guardare qualche tutorial o leggere i forum delle community per diventare automaticamente registi, sceneggiatori, direttori della fotografia, operatori, montatori, etc. È necessario studiare e prepararsi, perché quello del cinema e dell’audiovisivo è un linguaggio e, in quanto tale, va prima appreso per poterlo poi padroneggiare. Il rischio di questa democratizzazione è che possa passare il concetto che un’alfabetizzazione non sia necessaria, ma non è così.

Luca Caserta

Luca Caserta

VM.net: Cosa puoi consigliare ad un giovane che si avvicina o si appassiona al video ed al cinema?

L.C.: Come dicevo, studiare e prepararsi. Ovviamente non deve mancare un ingrediente fondamentale, ossia il talento, che nessuno ti può insegnare e solitamente è quello che fa la differenza. Se vogliamo riprendere l’analogia con la pittura, anche un imbrattatele può imparare la tecnica, ma resterà sempre un imbrattatele. Apprendere il linguaggio del cinema è come imparare a parlare, leggere e scrivere. Questo non significa che ci si debba poi attenere in modo ferreo alle regole, anzi si deve sperimentare e cercare un linguaggio proprio. È ciò che ci insegnano le grandi avanguardie pittoriche. Ma, come solitamente si dice, bisogna prima imparare le regole per poterle poi rompere. Ovviamente si deve anche cercare di guardare più film possibile del passato e del presente, per apprendere e assorbire dai grandi maestri e dai nuovi autori. Ci si deve tenere aggiornati sulle nuove tendenze, sugli stili e su come il linguaggio cinematografico si stia evolvendo.
A una preparazione teorica è però necessario anche affiancare una preparazione pratica, frequentare i set, prendere parte a piccole o grandi produzioni, rivestire vari ruoli nelle troupe. Come molte professioni, questo è un mestiere che s’impara sul campo, quando ci si trova a fronteggiare i problemi concreti. Organizzare, produrre e realizzare un cortometraggio è una palestra importantissima, perché permette di capire il meccanismo della “macchina cinema” e gli elementi che lo compongo su una distanza più contenuta. Quindi è essenziale prendere una telecamera o una macchina da presa e girare il più possibile, sporcarsi le mani, sperimentare, per creare il proprio sguardo, affinare la tecnica e la sensibilità, sviluppare uno stile.
Parlando da filmmaker nell’ottica del cinema indipendente, non posso esimermi dal far notare che il rapporto con la macchina da presa è anche fisico, non solo mentale: essa diventa un’estensione del proprio corpo. La macchina da presa, inoltre, richiede una certa preparazione fisica, perché di fatto è abbastanza pesante e quindi sopportarla sulle proprie spalle per un’intera giornata lavorativa può essere piuttosto doloroso, se non si ha un’adeguata preparazione. Sembra una sciocchezza, ma avere le braccia che non reggono più e la schiena dolorante può diventare un problema concreto quando si deve essere concentrati a riprendere, dirigere gli attori, guidare una troupe e tenere sottocchio la miriade di componenti che formano un film.
Infine, è importante cercare di partecipare ai Festival, soprattutto a quelli internazionali, magari informandosi e scremando quelli di minore o poca importanza (ce ne sono ormai davvero troppi): ciò permette di far vedere la propria opera a una platea più vasta, di entrare in contatto con tanti altri autori, confrontarsi con loro, toccare con mano l’industria cinematografica e capire come essa funzioni, rendersi conto realmente di ciò che sta attorno alla realizzazione di un film, fare esperienza. Ossia, più semplicemente, maturare e crescere sia come persone che come artisti.

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