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[Afan Pictures] NoMen

posted by VMStaff
  • Tiplogia: Mystery / Thriller Psicologico
  • Durata: 17'
  • Regia: Alessandro Fantini
  • Produzione: AFAN Pictures
  • Trama: Se fosse il proprio nome di battesimo l'unico ricordo mancante, l'uomo svegliatosi in una macchina pericolante sul ciglio di un promontorio, saprebbe ancora trovare una spiegazione al come vi sia finito, al perchĂ© le porte siano bloccate e il segno piĂą evidente della presenza dell'uomo, in quello spettrale scenario costiero, sia una colossale piattaforma protesa come un aracnide di metallo sull'orizzonte del mare. NĂ© il telefonino nĂ© la radio di bordo lo aiuteranno a salvarsi o a ricostruire la tormentata vicenda che l'hanno portato sul quel precipizio. Forse solo nella claustrofobica vastitĂ  di una memoria imprigionata nelle segrete della mente, gli sarĂ  possibile ritrovare quel nome che avrĂ  il potere di riaprire le porte di un'anima dilaniata.
  • Cast: Alessandro Fantini
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Immergiamoci in questa nuova intervista con Alessandro Fantini, regista di “NoMen”, che abbiamo già avuto piacere di intervistare in occasione del suo precedente lavoro “Tiranti Transit”.
Cerchiamo allora di capire insieme i percorsi evolutivi avutisi in occasione del nuovo lavoro.

VideoMakers.net: Ci parli delle evoluzioni che eventualmente ci sono state dal primo lavoro di cui abbiamo giĂ  parlato nella nostra sezione rispetto a quello attuale?

Alessandro Fantini: Più che di evoluzione “stricto sensu”, nel caso della mia ricerca video-poetica sarebbe opportuno parlare di radicalizzazione di un linguaggio dalla grammatica in continua ricodificazione. Quello che sotto il profilo tecnico appare come la differenza più evidente, ossia il passaggio dal vecchio formato del 4/3 a 480p al 16/9 a 1080p reso possibile dall’uso di una videoreflex al posto del camcorder a 3ccd usato per “Tiranti Transit” e i lavori successivi fino a “Nepente”, il secondo film girato a Roma, andrebbe considerato come l’accentatura iperrealista di una formula espressiva che era già presente nel corto del 2005. Per certi versi anche il soggetto di “NoMen” trae origine da quella che definirei l’estremizzazione fanta-ecologica della tematica affrontata in “Tiranti Transit”. Sull’archetipo wagneriano dell’amore folle e impossibile che, attraverso la vicenda dei due protagonisti, gettava la sua ombra allegorica sullo scenario della Valle del Sangro martoriata da quelle proiettate dai piloni del ponte ciclopico, nel nuovo corto va ad innestarsi il dramma di un Ego digitalizzato e sminuzzato da una proliferazione di canali di comunicazione tale da compromettere, con la sua strabordante onnipresenza, il concetto di “humanitas”, fino a ridurre il singolo ad una sorta d’insetto senza memoria imprigionato nella più appariscente concrezione tecnologica della sua volontà di potenza: una macchina ermetica controllata da un computer dotato di GPS e Wi-Fi.

NoMen

Stavolta la dimensione “amorosa” agisce sottotraccia mediante l’associazione meta-testuale tra i protagonisti del “Trionfo della Morte” di d’Annunzio (dove non a caso viene esaminato il tema musicale del “Tristano ed Isotta” di Wagner), Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio, e quelli dei protagonisti del corto, il direttore della piattaforma petrolifera Giorgio Auri e la sua gatta Ippolita, il cui insolito legame viene rivelato per digressioni visive sul luogo stesso che fa da palcoscenico naturale sia al romanzo che alla reale tragedia ecologica rappresentato dall’incombente progetto di trivellazione petrolifera Ombrina Mare 2, che sta minacciando l’ecosistema della Costa dei Trabocchi in Abruzzo. Insomma, nonostante la sintassi audiovisiva delle mie opere recenti possa apparire ancor più introspettiva e metafisica che in passato, le strutture concettuali che ne rappresentano il telaio formale sono sempre più saldamente radicate nel tempo presente di una narrazione sociale a cui, per sua natura, non è dato trovare una voce autentica al di fuori di quella apoliticamente irrazionale ed apolide dell’arte. Lo scrittore Stanislaw Lem, parlando della letteratura di fantascienza, affermò che “quanto più il soggetto è complesso tanto più la narrazione dev’essere semplice”: nel mio caso, quanto più un tema è reale tanto più lo stile della sua trasposizione su schermo dev’essere irreale.

 

NoMen

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VM.net: Quali competenze e professionalitĂ  hai maturato nel tempo trascorso?

A.F.: Negli ultimi otto anni ho collaborato con figure artistiche apparentemente distanti dalla mia cifra stilistica, e diretto attori di formazione teatrale e altri privi di preparazione accademica. Penso che l’estrema flessibilità con la quale ho dovuto adattarmi di volta in volta alle varie contingenze sia umane che ambientali in cui mi trovavo a operare, mi abbia reso più duttile da un punto di vista sia creativo che pragmatico, una elasticità che diventa preziosa al momento di fronteggiare tutti quegli imprevisti e variabili impazzite che nel campo dell’autoproduzione rappresentano di fatto il banco di prova e la dinamo dell’originalità. In senso ideale un regista che ambisca a imprimere il suo marchio in ogni suono e fotogramma, dev’essere pronto a pensare ed agire simultaneamente come sceneggiatore, attore, direttore della fotografia, compositore, fonico, direttore di casting, scenografo, costumista e produttore. Non è una questione di egocentrico eclettismo o di virtuosismo autocelebrativo. Il fatto d’essermi occupato di numerosi dipartimenti tecnici in quasi tutti i miei lavori, spesso per necessità squisitamente “stilistica” più che economica, ha contribuito a consolidare quello stato di fiducioso abbandono alla forza della Visione che ha sempre ispirato e informato ogni mio atto estetico, sia nella pittura che nella scrittura e nel cinema. Di solito a chi mi chiede consigli su come dirigere per la prima volta un cortometraggio, rispondo che, se si è posseduti completamente dalla Visione, basta un qualsiasi mezzo fotografico e la sindrome del soggetto doppio. Tutto il resto verrà da sé.

VM.net: Nella realizzazione di lavori a budget limitato cosa ritieni sia la carta vincente per a buona riuscita del film e, nello specifico di questo lavoro, cosa è stato determinante per la buona riuscita del progetto?

A.F.: Dopo aver lavorato con una troupe di venti persone per il mio lungometraggio “Edonism” girato a Tokyo nel 2010, ho avvertito l’esigenza di tornare alla dimensione più intimista del cortometraggio, un “luogo mentale” dove il processo di restituzione visiva dell’idea originaria è molto più agevole e fluida in assenza di quei continui sebbene piccoli aggiustamenti di mira e compromessi che possono invece presentarsi in un lavoro collettivo. Alcuni registi, come il polacco Zulawski, hanno abbandonato il cinema in favore della letteratura per una forma di rivalsa contro quella logorante trattativa tra la propria integrità poetica e le molteplici esigenze di produttori, attori e tecnici che, in definitiva, costituisce la realizzazione di un film. Lo stesso è accaduto con Alejandro Jodorowsky, (che ho conosciuto di persona a Roma nel 2004 durante la presentazione della sua autobiografia) quando in risposta al naufragio della pre-produzione di “Dune” riversò molte delle idee di quel progetto nella serie a fumetti de “L’Incal” disegnata da Moebius. In un certo senso trovo che girare cortometraggi, specie in solitaria come per “NoMen”, sia il più gratificante equivalente della scrittura di una novella o un fumetto che prende vita grazie al sortilegio della tenacia immaginativa. Anzi, con quest’ultimo lavoro desideravo sfatare quella convinzione (che mi sembra stia tornando in auge) secondo la quale per girare un corto degno di questo nome occorrano finanziamenti e un gruppo di persone più o meno qualificate. L’unico elemento che non deve mai essere limitato in un progetto low budget è l’audacia dell’idea. Quando si è in grado di concretizzare da soli su video la più intima delle visioni, allora si è anche capaci di condividerla con una squadra che saprà esattamente come elaborarla per un’opera di più ampio respiro. Se un film si limita ad essere solo il risultato di una coordinata sinergia di professionalità assortite, quasi certamente si otterrà un prodotto tecnicamente ineccepibile ma artisticamente debole e disonesto. Volevo dimostrare, in altre parole, che nell’era di Vimeo, Youtube e delle videoreflex a basso costo, fosse finalmente possibile narrare da soli una storia per suoni e immagini che sulla carta risultasse irrealizzabile da una singola persona, conservando lo stesso controllo assoluto del pittore armato soltanto di colori e pennelli di fronte ad una tela bianca.

NoMen

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VM.net: Ci dai qualche dettaglio “tecnico” sulla realizzazione? Potresti parlarci del tipo di attrezzatura utilizzato in tutto il corto? 

A.F.: Come i precedenti “Epithell” e il web serial “Iconosfera”, “NoMen” è stato girato in HD a 24 fotogrammi al secondo con una Canon Eos 550D, nota sul mercato internazionale come Rebel T2i, equipaggiata con una lente 18-55mm. La sua estrema compattezza e l’installazione del software Magic Lantern che permette di disabilitare il guadagno automatico dell’audio (oltre ad aggiungere una miriade di funzioni assenti nelle impostazioni di fabbrica), mi hanno consentito di registrare la mia voce in presa diretta all’interno della macchina senza l’intralcio di un microfono a slitta, di approntare angoli di ripresa vertiginosamente rastremati, e di regolare la profondità di campo per enfatizzare quel senso di occlusione psichica già evidenziato dal contrasto tra la veduta del mare aperto dominato dalla piattaforma e la claustrofobia della vettura-carcere. La fotografia principale, diretta con strenua pazienza sfruttando la luce naturale in momenti prestabiliti del giorno, e mettendo a fuoco preventivamente oggetti posizionati nei punti in cui dovevo recitare, si è svolta in tre fasi. Tra aprile e maggio, usando sia uno spallaccio pieghevole che un tripode, ho girato tutte le panoramiche e i piani sequenza del mare e della costa di San Vito sul promontorio dal quale, nel “Trionfo della Morte”, Giorgio e Ippolita si lanciano verso il nulla liquido della morte, mentre tra giugno e luglio ho girato per vari giorni di seguito, sempre alla stessa ora del pomeriggio, tutti i primi piani e le soggettive del mio personaggio imprigionato nella macchina e nel solaio della mia casa dove il suo alter-ego registra il video messaggio memorizzato sul tablet. Negli intermezzi di tempo tra queste fasi montavo il girato migliore seguendo la sceneggiatura, disegnavo gli storyboard, componevo la colonna sonora con una masterkeyboard Oxygen 61 e lavoravo alla “color correction”, al “compositing” e agli effetti speciali per le scena finale dell’esplosione.

VM.net: Nella realizzazione dei lavori low budget, il coinvolgimento degli amici per la realizzazione è un fattore determinante. Ci parli della tua esperienza in merito?

A.F.: Lo è stato di certo per quasi tutti i video diretti a partire dal mio primo mediometraggio “Egeria” del 1998 fino ad “Epithell” del 2011. Ma, come dicevo, per  rimarcare sia in senso formale che semantico quello stato di soffocante solipsismo in cui si dibatte Giorgio Auri, ai fini della riuscita artistica del corto, per  “NoMen” si è reso indispensabile l’esclusione di qualsiasi altra figura al di fuori dell’attore-regista-produttore interscambiabile, nella sua valenza tripolare, con le diverse personalità in cui si diffrange il personaggio stesso, isolato all’interno di un universo deumanizzato imploso nella segreta della sua psiche e dell’abitacolo della macchina da lui programmata.

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VM.net: Quali sono stati i principali intenti e ispirazioni (filmiche) che ti hanno influenzato nella realizzazione di questo lavoro?

A.F.: All’inizio del 2013 avevo cominciato a coltivare il proposito di omaggiare a mio modo il 150° anniversario della nascita di d’Annunzio, autore che insieme a Poe, Lovecraft, Joyce e Pasolini ha avuto un ruolo preminente negli anni della mia educazione estetica. Sentivo però che, rispetto ai tempi in cui leggevo “Il Piacere”, “Il fuoco”, “La città morta” e “Il Trionfo della Morte”, la mia sensibilità aveva ormai intrapreso percorsi distanti da quella estetizzante e decadentista del pescarese, portandomi a riconsiderare sotto un’ottica critica più smaliziata quel mitizzante rapporto panico con il paesaggio abruzzese che d’Annunzio aveva esaltato nella sua prosa lussureggiante. Anche se non avevo ancora scritto neppure l’abbozzo di un soggetto, quando ad aprile tornai nei pressi dell’Eremo di San Vito fui tentato di chiedere l’autorizzazione per girare nella stanza da letto in cui d’Annunzio e Barbara Leoni avevano trascorso il loro idillio erotico nel 1889. Quel pomeriggio però trovai l’eremo chiuso. Tornai così indietro con la memoria all’ultima volta in cui avevo visitato l’abitazione. In occasione della serata degli amici dannunziani del 1998 avevo infatti esposto una serie di disegni e dipinti dedicati a d’Annunzio e al “Trionfo della Morte” nel giardino dell’eremo.

Mi ricordai allora che durante quell’evento il giornalista Rai Everardo dalla Noce, uno degli invitati della serata, aveva osservato come il mio stile pittorico gli apparisse irrisolto tra una classica impostazione figurativa e una surrealista. Pensai che avrei dovuto conservare quell’antilogia anche nell’impianto del nuovo film. Alla veduta del mare dal balcone della stanza da letto preferii pertanto quella dal promontorio della contrada di San Fino dove avrei potuto giustificare meglio la presenza di un’auto in bilico, sostituendo l’immagine del trabocco di Punta Turchino descritto nel romanzo nel suo “analogo morfologico” della piattaforma sormontata dalla torcia atmosferica, diretta allusione a quella di Ombrina Mare 2.

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Fu solo alla fine di questa catena di associazioni e di sovrapposizioni che compresi come il soggetto dovesse riguardare quella nausea esistenziale, generata nel romanzo dall’incapacità del protagonista di innalzarsi al di sopra della sfera dell’umano, che nel corto si sarebbe concretizzata nella completa solitudine di un uomo vittima di amnesie temporanee, ghettizzato da un alter-ego che ha deciso inconsciamente di distruggere quello stessa tecnologia che lo confortava dell’illusione di dominio sulla natura e di conseguenza sui suoi simili. Per sopperire all’oggettiva impossibilità di girare i flashback in cui Giorgio Auri e la sua gatta Ippolita appaiono sulla piattaforma, mi sono affidato alla tecnica del fotomontaggio narrativo in una vena simile a quella adottata nel 1962 da Chris Marker per “La Jetee”, il cortometraggio di fantascienza composto da foto scattate con una Pentax Spotmatic che ha ispirato “l’esercito delle 12 scimmie” di Gilliam e che gli è valso l’inserimento tra i 100 film più importanti della storia del cinema nella classifica di “Sight & Sound”. Avendo realizzato tutte le foto e i filmati con la stessa reflex mi sono sentito oltremodo obbligato a dedicargli “NoMen” ad un anno dalla sua scomparsa. Per la sequenza del videomessaggio salvato sulla memoria del tablet ho volutamente citato la fotografia dei monologhi del colonello Kurtz da “Apocalypse now”: Kurtz/Brando rappresenta la nemesi folle e romantica del capitano Willard, allo stesso modo in cui il Giorgio Auri lo incarna rispetto al suo Ego privo di memoria. In questa anti-conversazione che si sviluppa tra i tre doppelgänger della mente (Willard-Kurtz-Aurispa) nella divaricazione dello spazio e del tempo generata dalla riproducibilità digitale, il solo dato sensibile resta un nome relativo all’ultimo legame affettivo del protagonista. Nome che, significativamente, non appartiene ad un essere umano. Da qui la rivelatrice ambivalenza “anglo-latina” del titolo.

VM.net: Il budget per realizzarlo? Quanto è costata la sua realizzazione? E quanto è costato in termini di tempo, dandoci un riferimento per la preproduzione, la produzione e la post-produzione?

A.F.: Il tempo complessivo intercorso dalla stesura del soggetto alla renderizzazione della versione finale ammonta a poco più di 4 mesi. I costi potrebbero essere quelli richiesti per l’acquisto di una decina di tubetti di colore ed una tela. In verità l’unica valuta con la quale mi sento autorizzato a stimare il budget di “NoMen” è il tempo e l’ostinazione. Per riprendere il motto latino trascritto da d’Annunzio su una parete dell’eremo, “Parvum opus, magna ars”, “Piccola opera, grande arte”.

VM.net: Il tuo lavoro quale futuro avrà? Ci sarà la partecipazione a concorsi e proiezione/distribuzione e a che livello? E soprattutto questo lavoro ha già avuto qualche riconoscimento?

A.F.: I mezzi piĂą efficaci per la diffusione delle mie opere sono al momento i miei canali Youtube e Vimeo, piattaforme che mi permettono di offrire una selezione rappresentativa di tutta la mia filmografia con un’interfaccia ibrida tra port-folio e vlog. Essere filmmaker indipendente nell’era dei social networks significa tuttavia dover preservare e tutelare la propria identitĂ  artistica dalla videobulimia di coloro che girano video sulla base della sempre maggiore qualitĂ  visiva e abbordabilitĂ  economica di smartphone e tablet piĂą per soddisfare l’aviditĂ  di “follower” e “like”, che per l’urgenza di esprimere una propria pulsione creativa A mio parere il sistema dei concorsi e dei festival andrebbe ripensato dalle fondamenta, eliminando in primis l’scrizione a mezzo posta dei lavori in duplice o triplice copia dvd. In dieci anni posso dire di aver speso piĂą in pacchi postali che in cassette minidv e memory cards. Certo mi piacerebbe che “NoMen” così come gli altri miei lavori venissero proiettati ad un pubblico sempre piĂą numeroso, ma si dĂ  il caso che in Italia vari festival e rassegne del cinema indie stiano applicando il modello del festival di San Remo, imponendo quale condizione per l’iscrizione di un corto che quest’ultimo non sia mai stato trasmesso nĂ© da un emittente televisivo, nĂ© addirittura sia stato giĂ  reso pubblico sulla rete e che non sia piĂą vecchio di due o tre anni. Ritengo sia indice di ostracismo nei confronti proprio di quei cineasti privi di una rete di distribuzione che non dispongono di risorse sufficienti per poter sfornare un corto al mese o crearne uno ad hoc per ogni festival che venga organizzato sulla penisola, o per ogni concorso on line con regolamenti studiati a tavolino per favorire “affiliati” a cerchie ed Ă©lite. Questo significare umiliare le capacitĂ  creative di quei registi realmente indipendenti ai quali questi sedicenti concorsi dovrebbero rivolgersi. Di conseguenza non c’è da meravigliarsi se tra i classificati di queste rassegne tendenzialmente figurano sempre gli stessi nomi e che attualmente, per effetto collaterale, solo il genere del web serial stia cercando di svecchiare un panorama ossificato da mestieranti e di offrire uno sguardo alternativo (seppure non sempre originale) sulla realtĂ  contemporanea.

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VM.net: Sei già al lavoro su un nuovo progetto? Di cosa si tratta e quando vedrà la luce?

A.F.: Così come il mio cavalletto non è mai sguarnito di una tela, così ho sempre una o più sceneggiature pronte per essere convertite in video.  Ma del prossimo lavoro, del quale ho già composto parte della colonna sonora, credo sia prematuro parlare in questo momento.

VM.net: Ci puoi dare qualche indiscrezione riguardo i tuoi prossimi impegni?

A.F.: Sto completando una seconda raccolta di poesie e scritti in prosa, revisionando un nuovo romanzo tratto da un soggetto che avevo scritto per un lungometraggio, nonché il video musicale per la mia canzone “Nyctalopia”. L’impulso espressivo, alla stregua del più imperioso stimolo fisiologico, in un modo o nell’altro trova comunque il suo estuario. Essere indipendenti significa appunto esserlo anche dalla facile tentazione della resa. Soprattutto quando questo significhi cercare un nome perso in un’umanità immemore dell’essere umano. “Nomen omen est”: se ogni nome contiene un presagio l’opera d’arte è la profezia estetica che lo svela.

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